sabato 10 settembre 2011

Cum ex apostolatus officio,bolla pontificia.






Cum ex apostolatus officio

Bolla pontificia di Papa Paolo IV
Anno: 15 febbraio 1559 Traduzione del titolo: A causa della carica d'Apostolato Argomenti trattati: Disposizioni contro gli ecclesiastici caduti in eresia
Cum ex apostolatus officio è una bolla di Papa Paolo IV pubblicata il 15 febbraio 1559, con la quale il Pontefice emana nuove disposizioni per combattere l’eresia soprattutto all’interno del mondo ecclesiastico.
Il Papa, in forza del dovere “d’avere cura generale del gregge del Signore” e di “vigilare assiduamente per la custodia della fede … e che siano respinti dall’ovile di Cristo coloro i quali … insorgono contro la disciplina della vera ortodossia”, emana alcune disposizioni per “allontanare i lupi dal gregge di Cristo”:
  • rinnova tutte le misure già prese in precedenza contro gli eretici e gli scismatici con l’obbligo che siano osservate in perpetuo;
  • a tutti i depositari di autorità (“vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori”) che sono incorsi in errori di fede o nello scisma, la bolla sentenzia la perdita « ipso facto » di ogni carica ecclesiastica e di ogni altro potere;
  • tutti coloro che accolgono, difendono e favoriscono un eretico od uno scismatico sono anch’essi scomunicati « ipso facto », con la perdita delle loro cariche, delle loro rendite e dei loro benefici;
  • è ritenuta invalida l’elezione e la consacrazione di un vescovo o di un arcivescovo che è incorso nell’eresia o nello scisma prima della sua consacrazione episcopale.
La grande novità di questa bolla è l'estensione delle pene anche verso coloro che favoriscano gli eretici, loro comminando la scomunica e la perdita delle cariche e dei beni. È facile comprendere come, data la grande discrezionalità nel definire il "favoreggiamento", ogni persona che fosse proprietaria di qualche bene si sentisse in dovere di denunciare qualunque persona sospettabile di eresia, allo scopo di salvaguardare il suo status e le sue proprietà. La bolla ebbe il risultato di moltiplicare a dismisura le denunce all'Inquisizione dei sospetti di eresia, come nel caso del feudatario Salvatore Spinelli che, il 2 maggio 1559, denunciò l'eretico piemontese Giovanni Luigi Pasquale, poi bruciato vivo sul ponte Sant'Angelo a Roma. La sua delazione gli assicurò il titolo di marchese e portò, nel luglio dello stesso anno, al massacro degli Oltramontani, ovvero allo sterminio delle comunità valdesi fuggite dal Piemonte e rifugiatesi in Calabria, dopo le persecuzioni del XIII secolo.

Ad abolendam,bolla pontificia.






Ad abolendam

Bolla pontificia di Lucio III
Anno: 1184 Anno di Pontificato: III Traduzione del titolo: Per abolire Argomenti trattati: Procedure per estirpare l’eresia
Ad abolendam [1](detta anche "bolla di ruscigli", antica residenza estiva del papa nel comune di Gavignano) è una bolla promulgata da papa Lucio III, in occasione del sinodo di Verona del 1184.
Il decreto fu emanato per combattere l’eresia. Esso stabilì il principio - sconosciuto al diritto romano - secondo il quale, anche in assenza di testimoni, si poteva essere accusati di eresia e dunque subire un processo. La norma venne poi ribadita nel 1215 dal Concilio Lateranense IV, il quale istituì delle «procedure d'ufficio» per combattere l'eresia. Un semplice sospetto o una delazione bastava per iniziare il processo; inoltre, chi era a conoscenza di una eresia o presunta tale e non denunciava il fatto, era considerato anch'egli responsabile e perciò sottoposto al medesimo giudizio.
Nel decreto, si aggiungeva:
« Alle precedenti disposizioni [...] aggiungiamo che ciascun arcivescovo o vescovo, da solo o attraverso un arcidiacono o altre persone oneste e idonee, una o due volte l'anno, ispezioni le parrocchie nelle quali si sospetta che abitino eretici; e lì obblighi tre o più persone di buona fama, o, se sia necessario, tutta la comunità a che, dietro giuramento, indichino al vescovo o all'arcidiacono se conoscano lì degli eretici, o qualcuno che celebri riunioni segrete o si isoli dalla vita, dai costumi o dal modo comune dei fedeli. »
Il testo mostra chiaramente, e diversamente da quanto la Chiesa aveva fatto finora, che spetta al vescovo, o ad un suo delegato, “andare in cerca” degli eretici per processarli. Da qui il termine di "inquisire", ossia ricercare i colpevoli

Ad extirpanda,bolla pontificia.






Ad extirpanda

Bolla pontificia di Papa Innocenzo IV
Anno: 1252 Argomenti trattati: Approvazione dell'Inquisizione
Ad Extirpanda (dal latino: "Per estirpare") è una bolla pontificia emessa il 15 maggio 1252, ad opera di papa Innocenzo IV e di validità confermata sia dapapa Alessandro IV il 30 novembre 1259 sia da papa Clemente IV il 3 novembre 1265. Tema di questa era la prima approvazione pontificia della torturacome strumento di ottenimento della confessione del reo, in particolare nei processi dell'Inquisizione. Questa approvazione è dichiaratamente rilasciata per fronteggiare l'insorgere dei numerosi movimenti eretici del XIII secolo; l'atto prende infatti il nome da uno dei suoi passaggi iniziali, che indicando la finalità della decisione recita:
(LA)
« Ad extirpanda de medio Populi Christiani haereticae pravitatis zizania... »
(IT)
« Per estirpare la maligna diffusione della pravità eretica da mezzo al popolo Cristiano... »
La bolla concede, per la prima volta, all'inquisitore la possibilità (praeterea Potestas) di avvalersi di un servizio personale di uomini e con la sua promulgazione lascia ad esso libera competenza e territorialità, nonché la scelta degli strumenti a disposizione, per estorcere la confessione eretica, fra cui la tortura.

Clericis laicos,bolla pontificia.






Clericis laicos

Bolla pontificia di Papa Bonifacio VIII
Anno: 1296 Argomenti trattati: Indulgenza plenaria
Clericis laicos è una bolla pontificia di Papa Bonifacio VIII, pubblicata il 24 febbraio 1296. Il Papa richiama alcuni canoni di Concili precedenti e lancia velatamente delle accuse al re francese Filippo il Bello e alla sua politica, con la quale intende sottomettere la Chiesa al potere secolare, eliminare le immunità e le autonomie ecclesiastiche ed impedire l'autonomia di giurisdizione della chiesa locale. Il Papa perciò dispone:
  • la proibizione al clero di concedere alcunché al potere civile senza il permesso della Santa Sede, pena scomunica e deposizione;
  • la proibizione ai poteri civili di imporre tasse, pena la scomunica.
Questa bolla si inserisce nell’aspra lotta condotta da Filippo il Bello contro Bonifacio VIII

Caeca et obdurata,bolla pontificia.






Caeca et obdurata

Bolla pontificia di Papa Clemente VIII
Anno: 25 febbraio 1593 Traduzione del titolo: La cieca e ostinata Argomenti trattati: Espulsione degli Ebrei
Caeca et obdurata è una bolla pontificia di papa Clemente VIII, del 25 febbraio 1593.
È una delle bolle papali che lo storico Attilio Milano ha qualificato come bolle infami (assieme alla Cum nimis absurdum e alla Hebraeorum gens).
Il papa con questa bolla ribadiva le disposizioni già prese dal suo predecessore Pio V con la Hebraeorum gens del 1569, ossia l’espulsione di tutti gli Ebreidallo Stato Pontificio, ad esclusione dei ghetti di Roma ed Ancona. Ma a causa dell’importanza che avevano gli Ebrei nella vita economica dello stato, lo stesso pontefice, qualche mese dopo, farà marcia indietro, permettendo agli Ebrei romani di poter restare nelle loro case.
Come scrive la storica Anna Foa, una delle conseguenze di questa bolla fu la fine della comunità ebraica di Bologna: gli Ebrei di questa città dovettero trasferirsi con tutte le proprie mercanzie a Ferrara e a Mantova, sotto gli Estensi, portando con sé anche le ossa dei propri morti.

Cirillo,santo criminale.






SAN CIRILLO PERSECUTORE DEGLI "ERETICI" E IDEATORE DELLA PRIMA "SOLUZIONE FINALE" 

Il pretesto della lotta per la fede soddisfò, come spesso accadde nel cristianesimo, l'orrenda sete di potere di questo santo. L'opera di Cirillo, tuttavia, pur essendo andata in parte distrutta, riempie dieci tomi della Patrologia greca; una produzione che, tra i padri della chiesa, è paragonabile soltanto a quella di Agostino e Giovanni Crisostomo, 
Cirillo vide "la Chiesa di Dio" costantemente minacciata da "eresie", da dottrine immonde e sacrileghe di altri cristiani, da senza Dio, che però velocemente "precipitavano all'inferno" o nel "cappio della morte" nel caso in cui non avessero fatto, e in ciò Cirillo fu molto d'aiuto, "già in questa vita una brutta fine". Soltanto alla luce della sua ossessiva sete di potere si comprende l'enormità e la ferocia della sua infamia. Seguendo le orme dottrinarie del famigerato Attanasio, "nostro beato e notissimo Padre della Chiesa", Cirillo continuò a perseguitare massicciamente i cristiani eterodossi, pratica già comune nei primi secoli, superando però il maestro per la brutalità, sicuramente non per la testardaggine, e quanto a mancanza di stile riuscì almeno a raggiungerlo. Nel linguaggio e nelle immagini di Cirillo, non può essere un caso che persino i cattolici vi trovano "poco o niente di attraente" [a parte Ratzinger, ndr]. Il suo stile viene definito "fiacco e prolisso, ma anche ampolloso e sovraccarico" (Biblioteca dei Padri della Chiesa), mentre cautamente si dice dei suoi scritti che "in letteratura non occupano una posizione di primo piano" (Altaner/Stuiber). 
Chi non la pensa come lui, non può essere altro che un "eretico". Infatti, chi la pensa diversamente è anche moralmente maligno e Cirillo gli attribuisce "stoltezza", "eccesso", "smisurata ignoranza", "insensatezza e depravazione": lo accusa di "oltraggio", "molestia", "follia" e di "giochi di prestigio e chiacchiere senza senso", "al massimo grado di stupidità". Queste persone sono "altamente sacrileghe", "calunniatrici e ingannatrici di diritto", "per così dire ebbre" e "annebbiate dai fumi dell'alcool", minati dai "fermenti della malvagità", gravemente affetti da ignoranza di Dio", pieni di "follia" e professano dottrine "di origine diabolica". "Essi distorcono la fede tramandataci, basandosi sull'invenzione del ritorno del drago che emerge dalle acque", cioè di Nestorio.  
Come certo s'addice a un santo, spesso Cirillo difficilmente arriva in fondo con tali invettive. E naturalmente chiede - in questo caso all'imperatore: "Avanti dunque con le ondate dirompenti di quegli uomini ... ", "avanti con i pettegolezzi e le chiacchiere senza senso, con parole abbellite da chimere e inganno!" Infatti, come dicono le parole dirette all'imperatore della predica inaugurale di Nestorio: "Sconfiggi con me gli eretici ... ", anche Cirillo intese l'annientamento degli eretici come un ovvio obbligo di chi detiene il potere e nel 428 ottenne un editto contro tutti gli eretici. E minacciava con le parole del Vecchio Testamento: "Se non si convertono, il Signore farà luccicare la sua spada contro di loro". Il Signore non era soltanto l'imperatore, ma soprattutto Cirillo. 
Subito dopo le elezioni episcopali del 17 ottobre 412 Cirillo procedette con decisione contro gli "ortodossi" novaziani, fino a quel momento tollerati. La loro morale puritana non riuscì a impressionarlo. In aperto contrasto col governatore imperiale, Cirillo fece chiudere con la forza le loro chiese, scacciando gli stessi novaziani. Andando ulteriormente contro le leggi imperiali, si appropriò di tutti i loro beni, compreso il patrimonio privato del vescovo novaziano Teopempto. Come riporta trionfante la "Biblioteca dei Padri della Chiesa", Cirillo diede il colpo di grazia ad alcune sette, naturalmente con la "penna", la sua principale arma vien detto qui. "Oh follia", gridava sempre più spesso"; "Oh ignoranza, senno sconsiderato!", "Oh sproloquio da suocera, intelletto assopito, in grado solo di blaterare ... ". Gli eretici abbondano soltanto di "invenzioni irreligiose", "favole raccapriccianti" e di "pura stupidità". Essi sono "il culmine della malvagità". "La loro gola è davvero una tomba spalancata ... , le loro labbra celano veleno di vipera". "Rinsavite, voi ebbri".  
Cirillo perseguitò anche i messalliani (dal siro msallyane = coloro che pregano, e per questo chiamati in greco Euchiti): asceti penitenti dai capelli lunghi, provenienti per lo più dagli strati più infimi della società, che si astenevano dal lavoro e nella povertà più assoluta si sacrificavano alla ricerca di Cristo. I messalliani interpretavano la "fratellanza" come comunità mista di uomini e donne, interpretazione che ai cattolici dispiacque particolarmente. Già condannati in precedenza, Cirillo decretò la loro fine a Efeso, dove la loro dottrina e le loro pratiche vennero nuovamente condannate. Naturalmente molti altri parteciparono alla caccia. Il patriarca Attico di Costantinopoli (406-425), elogiato da papa Leone I e venerato dalla chiesa greca come santo (Festa: 8 febbraio e 11 ottobre), aizzò i vescovi di Panfilia a scacciare i messalliani come fossero topi o parassiti. Il patriarca Flaviano di Antiochia li fece cacciare prima da Edessa e poi da tutta la Siria. Il vescovo Amfilochio di Ikonium li perseguitò nelle sue diocesi così come il vescovo Letoio di Melitene, che diede fuoco ai loro conventi, chiamati dal vescovo e padre della chiesa Teodoreto: "covi di briganti". Nel medioevo, i messalliani riemersero, tuttavia, tra i bogomili. 
Ogni qual volta Cirillo passò all'attacco, da un lato c'era sempre un abisso di errori, follia, stupidità e chimere - anche questo un fenomeno, durato per due millenni, tipico della politica ecclesiastica. Dall'altro lato c'era l'ortodossia immacolata, lui stesso, le cui "ragioni e giudiziose esposizioni sono irreprensibili", come attesta modestamente di persona. Egli e i suoi seguaci appartengono sempre a coloro che hanno reso la loro fede "salda come una roccia e che difendono la loro devozione fino alla fine ... " e che ridono della "inefficacia dei loro avversari". " Dio è con noi ... ". Lo "splendore della verità" risplende sempre dalla loro parte, e dove tutto è colmo di "ignoranza e follia", si predica "per così dire nel sonno e nell'ebbrezza" e non si conosce "né le parole né il potere di Dio! Smaltite per questo, come è giusto, la vostra ebbrezza ... ". 
"La prova più bella del suo nobile intelletto" - così glorifica Cirillo un' "edizione speciale", ristampata con imprimatur ecclesiastico e sotto Hitler particolarmente apprezzata "è che anche in guerra ha tentato di salvare il comandamento dell'amore fraterno e nonostante la sua innata irruenza non perse mai il dominio di sé neanche di fronte alla terribile malafede del suo avversario". Ma anche a uno storico contemporaneo questo santo appare come "un intellettuale con uno spiccato senso della razionalità", che nella sua lotta contro l'eresia si è mostrato "moderato" (Jouassard) - almeno nei suoi attacchi contro i pagani e gli ebrei!  
Il patriarca Cirillo, che nega a questi ultimi "ogni comprensione per il mistero" del
cristianesimo, parla della loro "ignoranza" e della loro "malattia", li chiama "spiritualmente accecati", "uccisori del Signore" e suoi "crocifissori", nei suoi scritti li tratta "ancora peggio ... dei pagani" (Jouassard). Ma Cirillo non li colpì soltanto letterariamente, come altri padri della Chiesa, ma anche nei fatti. Già nel 414, quest'uomo "tutto d'un pezzo" (così il cattolico Daniel-Rops), "dalla straordinaria forza d'azione" si impadronì di tutte le sinagoghe d'Egitto e le trasformò in chiese cristiane. Al suo tempo anche in Palestina la repressione degli ebrei divenne sempre più radicale, mentre monaci fanatici distruggevano le loro sinagoghe. Nella stessa Alessandria, dove vivevano molti ebrei, Cirillo convocò i loro rappresentanti accusandoli del fatto che da parte ebraica fossero stati commessi atti orribili, un massacro notturno che secondo le fonti non può essere dato per certo, ma neanche del tutto smentito. In ogni caso il santo, senza alcun diritto, fece assalire e distruggere le sinagoghe da un' enorme folla che, come in guerra, fece man bassa dei loro beni e scacciò più di 100 000 ebrei, forse 200 000, lasciando donne e bambini senza cibo e senza averi. L'espulsione fu totale: lo sterminio della comunità ebraica alessandrina, la più numerosa della diaspora, che esisteva da più di 700 anni, fu la prima "soluzione finale" della storia della chiesa. La "Biblioteca dei Padri della Chiesa" (1935) dice che "è possibile che il comportamento di Cirillo non sia stato propriamente riguardoso o del tutto privo di violenza". 
Quando il governatore imperiale Oreste manifestò il suo dissenso a Costantinopoli, dal deserto giunse un'orda di monaci, seguaci del santo, "che puzzavano di sangue e di bigottaggine già da lontano" (Bury). Essi accusarono Oreste, battezzato a Costantinopoli, di idolatria, dandogli del miscredente e di fatto procedettero contro di lui. Se il popolo non fosse accorso in suo aiuto probabilmente la pietra che lo colpì alla testa, invece di ferirlo, l'avrebbe ucciso. All'attentatore suppliziato e morente, Ammonio, che tra l'altro non tutti ritenevano cristiano, Cirillo riservò onori da martire, santificando il monaco in una predica. E il 3 febbraio portò la sua truppa d'assalto, ridotta da una disposizione imperiale del 5 ottobre da 500 a 416 unità, a 600 unità. 
La tortura che portò il "martire" alla morte, preparò il terreno per l'uccisione di Ipazia. 
Nel marzo del 415, durante il tumulto di Alessandria, Cirillo acconsentì, o meglio fomentò (Lacarrière) l'esecuzione di Ipazia, al tempo filosofa pagana molto nota e stimata. Figlia di Teone, matematico e filosofo, ultimo rettore a noi noto del Museion, l'accademia alessandrina, Ipazia fu maestra del padre della chiesa e vescovo Sinesio di Cirene, che in una lettera la definisce "madre, sorella e maestra" e "filosofa amata da Dio", e che era seguita anche da molti uditori cristiani. Cirillo covò rancore contro Oreste, il praelectus augustalis, anche perché questi trovava gradita la compagnia della filosofa. II patriarca diffuse notizie false su di lei e riuscì, con l'aiuto di prediche che la diffamavano come maga, ad aizzarle contro il popolo. Presa a tradimento dai monaci fedeli a Cirillo e guidati dal chierico Pietro, Ipazia fu trascinata nella chiesa di Kaisarion, dove fu spogliata e letteralmente fatta a pezzi con schegge di vetro; infine, la salma dilaniata fu pubblicamente bruciata, "la prima caccia alle streghe della storia" (Thieβ). 
Dunque una caccia ai pagani. Il patriarca Cirillo si guadagnò la nomina di "ideatore spirituale del crimine" (Giildenpenning). Persino il volume Riformatori della Chiesa, con tanto di imprimatur ecclesiastico (1970), scrive di costui, uno dei più grandi santi cattolici: "Almeno per la morte della nobile pagana Ipazia, egli è responsabile". Anche uno dei più obiettivi storici cristiani, Socrate ritiene che i seguaci di Cirillo e la chiesa alessandrina furono accusati del fatto. "Ci si può convincere che la nobile e colta donna divenne realmente la vittima più eminente del vescovo fanatico" (Tinnefeld). In Egitto il paganesimo manteneva più potere di quello che comunemente si crede; specialmente tra gli intellettuali e la classe dirigente, c'erano ancora numerosi pagani e anticristiani.  
Cirillo che, alla stregua dello zio Teofilo, continuò la lotta contro i pagani, non poté che condurla anche contro gli ebrei. Come fece prima di lui il famoso Giosia, che "bruciò idolatri coi loro boschi sacri ed altari, sterminò ogni pratica di magia e divinazione, e distrusse infine ogni insidia diabolica", così anche gli ebrei dovettero essere "sterminati". Cirillo non perse l'occasione di aggiungere: "In questo modo egli ha messo al sicuro il suo regno dalle vecchie credenze e dai sacrifici; a tutt'oggi viene ammirato da tutti coloro che sono in grado di apprezzare il timore di Dio". 
Questo santo criminale sostiene che i filosofi greci hanno preso il meglio da Mosè, quando lui stesso ne copiò interi passi, nelle sue sudate, e per lo più noiose e prolisse pagine (trenta libri soltanto contro "il sacrilego Giuliano" e solo contro il suo testo Contro i Galilei ne scrisse altri dieci) [ed è solo per un caso che tutti questi libri siano conservati mentre quelli degli scienziati e meccanici di Alessandria siano spariti, ndr]. Cirillo, responsabile di molteplici menzogne, della diffamazione di Nestorio, della più alta corruzione, colpevole di appropriazione indebita in favore della chiesa e di se stesso, di aver esiliato e usato brutalità di tutti i generi, di concorso in omicidio; questo diavolo, che riuscì sempre a dimostrare quanto fosse pericoloso "inimicarsi Dio e umiliarlo abbandonando la retta via", da subito si gloriò del nome di "difensore della verità", di "amante appassionato del rigore". L'ideatore della prima "soluzione finale" della Chiesa cristiana, alla quale sarebbero seguite molte altre, divenne il "più nobile santo dell' ortodossia bizantina" (Campenhausen), ma anche uno dei più brillanti santi della chiesa cattolico-romana, "doctor ecclesiae", padre della chiesa. Anche dopo lo sterminio hitleriano degli ebrei, per i cattolici rimase "un uomo virtuoso, nella pienezza del termine" (Pinay!). Eppure già nel XVI secolo il cattolico L. S. Le Nain de Tillemont si beffò di lui con il cinismo molto apprezzato da quelle parti: "Cirillo è un santo, ma dei suoi atti non si può dire altrettanto". O come il cardinale Newman, che confrontava comicamente e apparentemente irritato "gli atti esteriori" di Cirillo con la sua "santità interiore".  
Uno studioso come Geffcken, nonostante aspiri all' imparzialità e si sforzi di ricercare "i due aspetti del bene", per Cirillo prova soltanto ribrezzo: "fanatismo senza vera, brillante passione, erudizione senza profondità, zelo senza una vera e propria fede, grossolana litigiosità senza esercizio dialettico e infine nessuna sincerità nella lotta ... ". Non soltanto Geffcken è di quest'opinione, ma anche la maggioranza degli storici non cattolici. E ciò ha i suoi buoni o ancora meglio cattivi motivi. 
Quando il grande santo morì, tutto l'Egitto tirò un sospiro di sollievo. Il generale sollievo lo testimonia una lettera, forse apocrifa, inviata al padre della chiesa Teodoreto: 
"Finalmente, finalmente è morto quest'uomo terribile. Il suo congedo rallegra i sopravvissuti ma sicuramente affliggerà i morti."


QUEL DELITTO CAMUFFATO DA INFARTO DI PAPA LUCIANI.






QUEL DELITTO CAMUFFATO DA INFARTO DI PAPA LUCIANI. CONTRARISSIMO ALL’APERTURA DI PAOLO VI A UNA SCHIERA DI PIDUISTI – GELLI, ORTOLANI, SINDONA, CALVI. di Alfio Caruso – Da La Stampa del 21/08/2006
Il mistero comincia sin dall’ora del decesso: intorno alle 23 del 28 settembre 1978, come dichiarato dal medico che esaminò il cadavere, o intorno alle 4 del 29, come affermato dai fratelli Ernesto e Arnaldo Signoracci, convocati per l’imbalsamazione?
Il dettaglio è ininfluente sia per i sostenitori della morte naturale, sia per i sostenitori del delitto camuffato da morte naturale, ma fotografa il groviglio di sospetti, maldicenze, contraddizioni che dal primo giorno accompagna l’improvvisa scomparsa di Albino Luciani eletto Papa, con il nome di Giovanni Paolo I, il 26 agosto 1978.
Papa Luciani
I trentatré giorni più convulsi nella storia del pontificato con l’immancabile comparsa del Terzo Segreto di Fatima, dovuta all’incontro del ’77 fra l’allora cardinale Luciani e suor Lucia dos Santos, l’unica sopravvissuta dei tre fanciulli interlocutori della Madonna.
La sua elezione al soglio era stata una sorpresa per il grosso pubblico dei fedeli, ignari delle segrete cose, un po’ meno per gli apparati della Chiesa. Nell’ultimo decennio, infatti, Luciani si era guadagnato la fiducia di Paolo VI, che l’aveva nominato cardinale e durante un viaggio in Laguna gli aveva imposto la stola papale sulle spalle.
L’ex curato di campagna veneto era attestato sulle posizioni dottrinali di Montini, benché sull’argomento più scottante, il controllo delle nascite, mostrasse un’apertura irritante per l’ala conservatrice del Vaticano. Cresciuto nella divulgazione quotidiana della fede, Luciani era l’uomo del sorriso, del contatto continuo con i credenti, di uno stile di vita immacolato, lontanissimo dalle tentazioni e dalle permissività della Curia romana. Forse fu proprio tale distanza a guadagnargli il favore del conclave. Bastarono tre votazioni per sbaragliare i favoriti Siri e Pignedoli.
Attentato a Giovanni Paolo II
Alla sua elezione avevano contribuito il partito italiano di Benelli e quello europeo del polacco Wojtyla, del belga Suenens, dell’olandese Willebrands, accomunati dal desiderio di avvicinare al mondo il trono di Pietro.
Papa Giovanni Paolo II e Ali Agca
E gli atti iniziali del nuovo pontefice furono in questa direzione: abolizione del pluralis maiestatis (il «noi»), rifiuto dell’incoronazione quale cerimonia d’apertura, sofferta accettazione dello stemma gentilizio per non inimicarsi da subito la burocrazia papalina. Con la quale, però, lo scontro era inevitabile. E così ci si addentra subito nel dedalo di ostilità e inimicizie, che per i fautori del complotto costituisce il movente stesso dell’omicidio.




Paul Marcinkus
Luciani nutriva dal ’72 scarsa simpatia per il vescovo Paul Marcinkus, numero uno dello Ior (Istituto opere religiose): aveva dovuto leggere sul Gazzettino che la Banca Cattolica del Veneto, di cui lui, in quanto patriarca di Venezia, aveva la guida spirituale, era stata ceduta al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Luciani aveva comunicato a Paolo VI il proprio dispiacere per esser stato tenuto all’oscuro, ma Marcinkus, autore della vendita, si era rifiutato di fornire spiegazioni. Quelle che invece, da papa, Luciani adesso pretendeva su molte operazioni della banca vaticana, senza probabilmente immaginare che il suo legittimo desiderio di trasparenza e di correttezza avrebbe messo a nudo i manovratori occulti dello Ior: Sindona, Calvi, Gelli.




Roberto Calvi
La ricognizione sullo Ior comportava un esame accurato anche dei conti dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica), presieduta dal cardinale francese Jean Villot, segretario di Stato e legatissimo a Montini.


Cardinal Jean Villot

Villot si batteva per la continuità tra un pontificato e l’altro, di conseguenza si era già trovato in disaccordo con le prime scelte di Giovanni Paolo I.
Non a caso crescevano le voci di una sua imminente sostituzione con il cardinale Benelli, ex vice segretario di Stato, che egli stesso aveva contribuito a esiliare qualche anno prima a Firenze.


cardinale Benelli
E proprio in quei giorni il nome di Villot apriva la lista dei 121 ecclesiastici iscritti alla massoneria. L’elenco era stato pubblicato dalla rivista Op, diretta da Mino Pecorelli, membro della P2, al centro di trame e ricatti tra servizi segreti, finanza e politica.


rivista Op, diretta da Mino Pecorelli
Una mano anonima aveva inserito l’articolo nella rassegna stampa sfogliata ogni mattina dal Papa. Questi aveva subito chiesto al cardinale Felici se la lista potesse essere veritiera. Verosimile, era stata la risposta.


monsignor Agostino Casaroli
L’elenco faceva impressione:oltre a Villot, comprendeva monsignor Agostino Casaroli, ministro degli Esteri della Santa Sede, il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma, il cardinale Sebastiano Baggio, Marcinkus, monsignor Donato De Bonis, dello Ior, don Virginio Levi, vice direttore dell’Osservatore Romano, padre Roberto Tucci, direttore della Radio Vaticana, monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI.


cardinale Ugo Poletti
Con il disincanto tipico del vecchio habitué di Curia, Felici osservò che liste simili circolavano da sempre e che la prassi era di non prenderle in considerazione. D’altronde, aggiunse con un pizzico di malizia, Paolo VI aveva varato un comitato per cancellare la scomunica che da secoli veniva comminata ai massoni e il cardinale Villot ne era apparso entusiasta.


Cardinale Sebastiano Baggio
Sentimento non condiviso da Luciani: per lui la massoneria incarnava il nemico di Roma. Pur intuendo che il suo amato Montini avesse aperto le porte delle mura leonine a una schiera di piduisti – Gelli, Ortolani, Sindona, Calvi – era contrarissimo a quell’insana commistione rivolta soltanto al profitto.


monsignor Donato De Bonis
Il Papa proveniente da una famiglia di poveri operai socialisti ipotizzava una Chiesa che mettesse le proprie sostanze a disposizione degli ultimi. Esattamente il contrario di quanto avvenuto con il cardinale John Cody, responsabile dell’arcidiocesi di Chicago, il cui budget annuo sfiorava i 300 milioni di dollari dell’epoca.


cardinale John Cody
Nei tredici anni d’incarico Cody aveva seminato malcontenti, cattivi affari e perfino uno scandalo sessuale: la sua eccessiva amicizia con una bionda signora, Helen Wilson, impiegata della cancelleria. Le aveva stornato centinaia di migliaia di dollari, compresi quelli necessari all’acquisto di una casa in Florida, ne aveva favorito gli affari del figlio. Il giorno della nomina cardinalizia di Cody, nella foto ufficiale la bionda Helen sorrideva alle spalle di Montini.


padre Roberto Tucci
Nonostante la valanga di accuse e di rimostranze, Cody si era salvato grazie alla protezione di Marcinkus, originario di un sobborgo di Chicago, Cicero, e soprattutto sensibile alle cospicue donazioni elargite dal cardinale allo Ior. Ma la destituzione che Paolo VI aveva continuamente rinviato, Giovanni Paolo I si apprestava a compierla.
Ecco, dunque, completato il quadro di coloro che avrebbero beneficiato, e che poi in effetti beneficiarono, della scomparsa di Albino Luciani.

Ovviamente manca la prova indiscutibile dell’assassinio. Il rapporto ufficiale parla d’infarto del miocardio, le supposizioni malevole fanno riferimento all’uso della digitalina, un farmaco che ne produce gli effetti, o a una dose eccessiva di Effortil, il medicinale assunto per ovviare alla bassa pressione.


Montini Paolo VI
Si è molto speculato sulla sparizione degli effetti personali del Papa (occhiali, pantofole, medicine); sull’annuncio che fosse morto tenendo in mano L’imitazione di Cristo – invece leggeva alcune carte, mai rintracciate e subito divenute l’elenco delle imminenti nomine -; sulla presenza di Marcinkus in Vaticano a un’ora per lui desueta; sulla decisione d’imbalsamare il corpo prima che fosse stabilita un’eventuale autopsia, pratica per altro insolita nel rigido protocollo pontificio;


Papa Luciani
sull’inattesa ispezione medica del 3 ottobre, alla vigilia del funerale, con l’annuncio che vi avevano presenziato due medici e i fratelli Signoracci, tutti concordi, invece, nello smentire di avervi preso parte. Inutile aggiungere che agli occhi dei complottardi l’ispezione si trasformò nell’autopsia, la quale avrebbe confermato l’avvelenamento e per questo motivo tassativamente negata. Di avviso opposto la famiglia Luciani. Fratello, sorella, nipoti mai hanno dubitato della morte accidentale del famoso congiunto. La nipote prediletta, Pia, ha ricordato che al ritorno da un viaggio in Brasile allo zio era stato riscontrato un embolo nell’occhio: l’oculista ridendo gli aveva detto che se l’embolo si fosse fermato altrove sarebbe deceduto all’istante.
Fonte: Dagospia